CAMBIAMENTI CLIMATICI, NEVE, INDUSTRIA DELLO SCI

CAMBIAMENTI CLIMATICI, NEVE, INDUSTRIA DELLO SCI

Analisi del contesto, prospettive e proposte

 

 

1. Introduzione Le recenti proposte di ampliamento di diverse stazioni

sciistiche alpine (Via Lattea, Cime Bianche, Alpe Devero, Ortler-Ronda, Val Pusteria,

Comelico, Cortina, Cervinia ecc.) e appenniniche (Terminillo, Monte Acuto, Ovindoli, Prati di Tivo ecc.)

sono basate su ingenti investimenti e su previsioni di incremento della frequentazione turistica,

dei fatturati per le imprese e dei redditi per le popolazioni locali.

Tuttavia, si pongono numerose domande sull’effettiva razionalità di tali investimenti, in relazione alle reali

prospettive di mercato dell’economia sciistica,all’evoluzione dei redditi locali, al ritorno finanziario, alle conseguenze

ambientali e al riscaldamento del clima.

In particolare, gli ampliamenti dovrebbero occupare in molti casi aree intatte dal punto di vista ambientale, spesso tutelate dalla legislazione

europea o nazionale. Inoltre, è necessario chiedersi se le somme da investire,quasi sempre con la partecipazione

di danaro pubblico, non produrrebbero uguali o maggiori benefici per le comunità locali se impiegate in attività diverse

dallo sci da discesa. La risposta a tali questioni dovrebbe informare sia le Istituzioni locali e nazionali responsabili

dei piani strategici di sviluppo, sia la posizione e le azioni del Club Alpino Italiano, quando confrontato a progetti economici o infrastrutturali

nelle aree montane. Tra l’altro, la posizione dei Club Alpini dei paesi limitrofi nei confronti delle nuove infrastrutturazioni

in zona montana è chiarissima, ferma e unanime: " Il Club Alpino Austriaco (ÖAV) ha già preso una posizione molto determinata

in difesa delle aree naturali minacciate dall’ampliamento dei comprensori sciistici. Nel sito ufficiale si legge: “Il Club Alpino Austriaco

sta concentrando tutti i suoi sforzi per impedire l’ampliamento del carosello sciistico alpino verso ulteriori aree naturali intatte”.

" Analogamente, il Club Alpino Svizzero (SAC-CAS) dichiara, in relazione agli impianti di risalita: “Il Club Alpino Svizzero assume una posizione

critica verso il (loro) potenziamento e rifiuta nuovi sviluppi ed estensioni in aree intatte“.

" Parimenti, “il Club Alpino Tedesco (DAB) rifiuta l’ampliamento di infrastrutture turistiche nella regione alpina al di fuori dei siti

già sfruttati”, come riporta il suo sito ufficiale. " Sulla stessa linea, il Club Alpino Francese (FFCAM), nella sua Carta della Montagna, esige

tout court “il divieto di nuovi collegamenti fra stazioni e di qualsiasi nuovo impianto in siti vergini.


 

 

2. L’economia dello sci da discesa 2.1 Le Alpi I Paesi alpini (Francia, Italia, Svizzera, Austria, Germania, Slovenia, Liechtenstein)

posseggono le maggiori stazioni sciistiche a livello mondiale, cioè quelle che godono di almeno 100.000 presenze all’annoix.

Tali stazioni, pur rappresentando numericamente solo il 20% del totale, concentrano l’80% di tutte le presenze a livello globale.

Le Alpi ospitano annualmente circa 150 milioni di presenze e la frequentazione stagna ormai da almeno un ventennio attorno a quella cifra.

Circa due terzi degli sciatori sulle Alpi provengono da paesi non alpini, per la maggior parte da altri paesi europei.

Tra le stazioni in vetta alla classifica della frequentazione a livello mondiale, si trovano sette grandi comprensori italiani con più di

1 milione di presenze annue, tra cui Campiglio-Dolomiti di Brenta e Gardena-Alpe di Siusi che superano i 2 milioni.

Negli ultimi anni, si sono affacciati sulla scena nuovi paesi europei concorrenti, come Bulgaria, Romania e Slovacchia,

attraverso nuovi investimenti, ma con un mercato ugualmente stagnantex. 2.2 Italia L’Italia ospita circa 200 stazioni di scixi, per lo più

di piccole e medie dimensioni. Nonostante gli ingenti investimenti avvenuti negli anni 2000, soprattutto al fine di aumentare la capacità

degli impianti di risalita, il numero di presenze annue si è stabilizzato da almeno un decennio tra 25 e 30 milioni. Tali cifre rappresentano circa un

quinto della frequentazione alpina totale, a fronte dei 50 milioni di presenze di Francia e Austria rispettivamente e i 25-30 milioni della Svizzeraxii.

Secondo le stime, nel decennio 2010-2019, il numero di italiani praticanti un’attività sportiva invernale in montagnaxiii è aumentato di quasi il 16%,

attestandosi nel 2019 attorno ai 4 milioni. Il numero degli utenti delle piste (sci alpino, snowboard, freestyle) rappresenta i tre

quarti del totale (quasi 3 milioni nel 2019, +11% dal 2010), mentre i praticanti sport che non utilizzano piste da discesa (sci di fondo, scialpinismo, ciaspole, slitta)

rappresentano un quinto del totale, ma con una crescita nel decennio 2010-2019 di quasi il 30%, per raggiungere le 836.000 unità.

Dal punto di vista della frequentazione e delle ricadute economiche, per contro, l’aumento del numero dei praticanti è controbilanciato dal calo

del totale delle giornate trascorse in montagna dai singoli individuixiv. Nella stagione invernale 2018-2019, il fatturato del comparto

italiano degli sport invernalixv è stato pari a 10,4 miliardi, con un calo dell’11% rispetto alla stagione precedentexvi.

Alla luce dei dati sopra esposti, l’industria dello sci in tutti i paesi della regione alpina e in Italia viene unanimemente

considerata come “matura”, con poche possibilità di espansione della clientela, con la presenza di attori affermati e di grandi dimensioni, oltre a una notevole

concorrenza tra le stazioni sciistiche. A questa situazione si è arrivati attraverso varie concause, come la stagnazione dei redditi delle

classi medie, l’aumento dei costi, l’esaurimento progressivo della generazione di sciatori del baby boom, lo scarso interesse da parte delle generazioni urbane più giovani, la concorrenza di altre

destinazioni e attività, facilitata dalle nuove forme di mobilità (es.: voli low cost), il periodo relativamente lungo di apprendimento delle tecniche sciistiche

e i cambiamenti climatici, con il relativo accorciamento della stagione invernalexvii xviii xix xx. 2.2.1 I benefici per le comunità locali

L’industria sciistica ha senza dubbio rappresentato negli scorsi decenni un importante fattore di crescita economica delle aree di montagna.

Ancora oggi, la redditività economica delle imprese che gestiscono gli impianti sciistici non sembra, per la maggior parte dei casi, ancora minacciata,

anche se un certo numero di esse beneficia di sovvenzioni pubbliche e malgrado si conoscano numerose stazioni in difficoltà o abbandonate.

Per quanto riguarda la redditività delle società di gestione degli impianti, le dimensioni dei comprensori sembrano giocare un ruolo fondamentale.

Infatti, le stazioni maggiori sembrano assicurare ritorni finanziari superiori e presentano uno stato debitorio meno preoccupante rispetto alle stazioni medie e piccole.

Le stazioni maggiori sono quindi considerate come meglio posizionate in relazione agli investimenti necessari per far fronte ai cambiamenti climatici, per diversificare

le loro attività e per migliorare la qualità dell’offerta. Inoltre, esse sembrano offrire una maggiore forza di attrazione della clientelaxxi.

Questo contribuisce a spiegare l’attuale tendenza a collegare stazioni sciistiche diverse per formare comprensori di dimensioni maggiori.

Tuttavia, le ricadute positive della redditività economica delle società di gestione devono essere ridimensionate, se si considerano i benefici per le popolazioni montane

in generale e le notevoli variazioni a seconda delle situazioni. Infatti, nelle regioni alpine italiane, tra il 2002 e il 2016, nonostante un incremento rilevante dei redditi IRPEF

per abitante dei comuni sedi di stazioni sciistiche, il reddito medio nel 2016 resta inferiore alla media dei redditi delle rispettive regioni in Piemonte,

Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, mentre risulta superiore in Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige. La presenza delle stazioni sciistiche sembra avere avuto effetti positivi,

ma non dovunque, sulla permanenza degli abitanti, il cui numero è cresciuto o è rimasto stabile in quasi due terzi dei comuni sciistici, mentre è diminuito nel terzo restante.

I dati economici e demografici (redditi IRPEF, occupazione, popolazione, frequentazione turistica) mostrano però che le dimensioni dei comprensori sciistici non sono per

forza collegate ad un miglioramento delle condizioni di sviluppo della popolazione locale. Sebbene le stazioni sciistiche maggiori tendano in media ad offrire condizioni economiche

migliori ai residenti, appare che estensioni oltre i 175 km di piste non offrano vantaggi aggiuntivi alle popolazioni locali in termini di reddito, occupazione e stabilità demografica. Infatti,

diverse stazioni sciistiche di medie o piccole dimensioni offrono comunque redditi relativamente elevati e mostrano tendenze demografiche in crescita.

In generale, il successo turistico di queste stazioni, concentrate soprattutto nelle regioni “sciistiche” per eccellenza e cioè Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta, nonché i benefici per la popolazione

locale risultano influenzati, piuttosto che da pesanti investimenti in infrastrutture e dalla presenza di grandi catene, da altri fattori.

Tra questi, si possono annoverare l’attrattività e la bellezza dei luoghi, l’abbondanza, la qualità e l’efficienza dei servizi, prezzi competitivi, la facilità di accesso, la durata della stagione sciistica,

l’ammodernamento degli impianti di risalita, l’afflusso turistico


 

estivo, il livello di redistribuzione dei proventi, l’appartenenza regionale e le relative politiche, la prevalenza di un modello di economia familiare e di piccole imprese.

Peraltro, alcuni Comuni alpini che non godono della presenza di impianti sciistici e dei massicci investimenti ad essi correlati, ma che hanno favorito

un turismo diversificato e attività nella natura, mostrano dati reddituali e demografici del tutto comparabili a quelli rilevati in molti Comuni sede di stazioni sciistiche delle loro

rispettive regionixxii. 3. Cambiamenti climatici I cambiamenti climatici colpiscono anche le montagne in maniera molto sensibile. In particolare, le Alpi subiscono

un riscaldamento doppio rispetto a quello che si manifesta in altre aree, con un aumento di circa 2°C nel XX secolo, rispetto ad una

media attorno ad 1°C dell’emisfero nord, con un’accelerazione negli ultimi decenni e un’accentuazione alle quote più elevate. Il riscaldamento provoca

quindi in generale una diminuzione della copertura nevosa e della sua durata, il relativo innalzamento (circa 150 m di quota per ogni °C), la riduzione della quantità

di neve che rimane al suolo. Questo fenomeno globale riguarda in particolare le stazioni alpine situate tra i 1500 m e oltre i 2000 m e provoca anche il ritiro dei ghiacciai, oltre al calo della

loro massa e del loro spessore. Inoltre, le previsioni climatiche alpine per il XXI secolo segnalano un probabile accentuarsi del riscaldamento, la diminuzione degli eventi

di abbondanza nevosaxxiii e una riduzione del numero di giornate in cui la temperatura resta al di sotto di 0°Cxxiv. Secondo gli studi disponibili, nelle regioni

alpine dove l’altitudine di “affidabilità” della copertura nevosa (almeno 30 cm per 100 giorni/anno) è sita attualmente a 1500 m, un incremento di 1°C provocherebbe l’innalzamento

di tale quota a 1650 m, un aumento di 2°C a 1800m e uno di 4°C a 2100m. Un innalzamento di temperatura di solo 1°C provocherebbe, in assenza di innevamento

artificiale, la “non affidabilità” di circa la metà delle 250 stazioni dell’arco alpino prese in considerazione dagli studixxv. 4. Adattamenti 4.1 L’adeguamento dell’offerta sciistica alle

nuove condizioni di mercato In generale, in un mercato “maturo”, la strategia principale consiste in una migliore qualificazione e caratterizzazione dell’offerta, attraverso la proposta

di servizi originali e di alta qualità che possano distinguere una determinata stazione rispetto alle concorrenti. Come rilevato in precedenza, le dimensioni di un comprensorio

sciistico giocano un ruolo ambivalente, laddove altri fattori diventano rilevanti, come l’attrattività di un luogo, la sua quota o la

qualità dei servizi offerti. “Diversificazione” sembra perciò il concetto principale da applicare alle località che hanno finora basato la propria crescita economica sullo

sci da discesaxxvi. Ad esempio, i cambiamenti climatici, se vanno a svantaggio della frequentazione invernale, possono invece finire per favorire il turismo estivo,

che attualmente rappresenta una parte minoritaria delle presenze annuali. Oltre al principale mezzo di adattamento tecnico, cioè la produzione di neve artificiale, la maggior parte

delle stazioni svizzere ha sviluppato offerte alternative, nell’ambito sia delle attività sciistiche, sia di altre attività, come la segnalazione di percorsi escursionistici estivi

ed invernali, per la mountain bike, la slitta o le racchette da neve, nonché l’organizzazione di eventi ludici, culturali e


 

gastronomici. Diverse stazioni sciistiche sono molto attive nel campo delle azioni pubblicitarie e di marketing, con sconti, promozioni e offerte mirate a

particolari tipi di pubblico (famiglie, coppie, gruppi, ecc.,) anche per attirare clientela straniera. I comprensori si stanno progressivamente attrezzando

per dotarsi di servizi sempre più raffinati e competitivi, dai trasporti capillari alla copertura wi-fi su tutto il comprensorio, dalle piscine ai centri wellness, dai servizi on line

alla ristorazione decentrata, dalle attività per i bambini all’accoglienza delle persone disabili, dall’organizzazione di congressi ai soggiorni terapeutici.

Tali adattamenti hanno anche lo scopo di attrarre una clientela diversificata e non prioritariamente interessata al solo sci da discesa e che

riguarderebbe una quota piuttosto elevata di utenti. Di fatto si consolida la visione proposta da Karin Frick (responsabile della ricerca e membro della

direzione del GDI- Gottlieb Duttweiler Institute) di trasformare le stazioni sciistiche in “hub turistici”, nei quali i frequentatori provenienti dai grandi centri urbani possano

ritrovare “tutto ciò che hanno disponibile in città, in condizioni ambientali molto attraenti”. Pur comprendendo quanto sia seducente il modello proposto e anche trascurando

le prevedibili conseguenze ambientali e urbanistiche, è necessario considerare come esso possa incidere negativamente e appiattire la civiltà montana su modelli urbani.

Di fatto in un periodo non molto lungo si giungerebbe alla omogeneizzazione dei comportamenti e delle culture, alla scomparsa delle tradizioni con conseguente perdita

della identità montana, quella identità montana così diversificata da essere elemento identificativo del paesaggio delle Alpi e degli Appennini. Tuttavia, per fare fronte alla generale

diminuzione tendenziale delle giornate dedicate ai soggiorni invernali, l’allungamento delle stagioni turistiche, al di là dell’inverno, è una delle possibilità prospettate.

Essa dipende sia dalla capacità degli operatori di proporre offerte e attività qualificate dalla primavera all’autunno, ma anche da visioni strategiche nazionali e internazionali

relative, ad esempio, ad una migliore distribuzione delle ferie durante l’anno, in collegamento con i calendari scolastici. Se la Francia, ad esempio, ha già da tempo proceduto

ad un parziale scaglionamento dei periodi di ferie per area geografica, le ferie italiane continuano a concentrarsi prevalentemente durante il mese di agosto e nel periodo tra

Natale e l’Epifania. Questa situazione provoca un eccesso di domanda in quei periodi, con sovraffollamento, decadimento della qualità dei servizi, intasamento della rete

stradale e dei trasporti, aumento dei prezzi. Una distribuzione di ferie e vacanze scolastiche più uniforme durante l’anno permetterebbe perciò un uso più razionale delle risorse

turistiche alpine e delle altre regioni, attraverso un allungamento della stagione turistica. Dal canto suo, la CIPRA (Commissione Internazionale per la

Protezione delle Alpi, di cui il CAI fa parte, insieme ai Club alpini della maggior parte dei paesi interessati), suggerisce che le stazioni sciistiche: - siano servite da mezzi di trasporto

a scarse emissioni di CO2 (p.es. i trasporti pubblici) e da una “mobilità dolce” all’interno delle località stesse; - si dotino di costruzioni efficienti dal punto di vista energetico; -

riducano la loro dipendenza dagli sport invernali - rinuncino alle espansioni su territori finora intatti; - dedichino le sovvenzioni allo sviluppo di un

turismo sostenibile e non all’innevamento artificiale; - limitino la proliferazione di seconde case.


 

All’estero, qualche località sta riflettendo sulla possibilità di favorire il potenziamento delle attività ricettive, scoraggiando nel contempo la costruzione di residenze secondarie, considerate

come poco redditizie per la comunità locale dal punto di vista sia economico, sia dei tassi di occupazione, a causa dello scarsissimo tasso di presenza dei proprietari, nonché dei costi fissi per

l’amministrazione e del consumo di territorioxxxv. Questa visione, che auspica un forte rallentamento nella edificazione delle seconde case con conseguente risparmio di

consumo suolo e minor frammentazione degli habitat, ma con incentivazione alla edilizia di recupero dell’esistente, trova una sostanziale conferma

nella recente pubblicazione, a cura del Gruppo di verifica della Convenzione delle Alpi, sul tema “ Uso parsimonioso del Suoloxxxvi”. Un ulteriore adattamento consiste nel ricercare forme

di cooperazione con altri comprensori per tentare di raggiungere economie di scala e ridurre i costi. Al di là dei costosi e ambientalmente insostenibili progetti di collegamento

sciistico tra comprensori diversi, alcuni operatori propongono più semplicemente abbonamenti che coprono più stazioni o servizi coordinati, come i trasporti tra una

località e l’altra. A ciò si affiancano operazioni di pubblicità e marketing in comune, per qualificare un intero territorio che include diversi comprensori. Infine, le stazioni sciistiche tentano

di adattarsi attraverso la ricerca di finanziamenti pubblici o di sostegni da parte del settore alberghiero, sotto forma sia di aiuti puntuali o rinnovabili, sia di partecipazioni durante

la realizzazione di cantieri e progetti o di fondi di gestione per coprire deficit, ammortamenti e ammodernamenti, come nel caso degli impianti di innevamento artificialexxxvii.

Questo, ovviamente, segnala problemi di redditività delle stazioni sciistiche e delle difficoltà nel fare fronte autonomamente ai nuovi investimenti resisi necessari a causa

della “maturità” del mercato, dell’alto livello di concorrenza internazionale e dai cambiamenti climatici. 4.2 Adattamenti tecnici messi in atto a seguito dei cambiamenti climatici e delle

condizioni di concorrenzaxxxviii 4.2.1 Innevamento artificiale Questa situazione ha spinto numerose stazioni sciistiche a dotarsi di impianti di innevamento artificiale per assicurare

una durata economicamente accettabile alla stagione sciistica. Tali impianti, implicano notevoli investimenti finanziari per la costruzione della rete idrica e dei bacini di

raccolta, oltre a un grande consumo di energia e di acqua, che viene sottratta agli ecosistemi o ad altri usi. I bacini di raccolta incidono negativamente sul paesaggio e consumano ulteriore suolo.

Inoltre, la neve artificiale e la sua lavorazione causano una prolungata copertura nevosa del suolo, che ne altera le caratteristiche fisiche

ed ecologiche. 4.2.2 Lavori di spianamento delle piste La rimozione degli ostacoli sulle piste riduce lo spessore della copertura nevosa necessaria per

renderle sciabili, anche in caso di scarse precipitazioni. Questo provoca ulteriori alterazioni del suolo e degli habitat. 4.2.3 Innalzamento degli impianti e sfruttamento dei versanti nord


 

In alcune stazioni sciistiche si prevedono ampliamenti dell’area sciabile ad una quota più elevata, rispetto a quella originaria oppure verso le pendici non ancora sfruttate e rivolte

a settentrione, dove la neve permane più a lungo, o ancora sviluppare piste e impianti sulle superfici dei ghiacciai. 4.2.4 Potenziamento e ammodernamento degli impianti

esistenti e collegamenti fra stazioni sciistiche Nell’attuale situazione di maturità del mercato, gli aggiornamenti tecnologici e l’ampliamento dei comprensori permettono alle società

di gestione di ottenere, almeno in teoria, economie di scala e di rimanere concorrenziali. 5. Conseguenze Le proiezioni dei dati climatici per il XXI secolo nelle zone alpine

indicano che la stabilità e la durata del manto nevoso saranno sempre più compromesse almeno fino alla quota di 2000 m.

A quote superiori, si assisterà comunque a riduzioni del volume annuale di neve disponibile. Sugli Appennini, in relazione alle quote

generalmente inferiori, alle temperature più alte e alle minori precipitazioni, la situazione appare ancora più compromessa.

I fattori climatici, uniti alle condizioni dettate da un mercato sciistico altamente “maturo” e concorrenziale, impongono ulteriori investimenti per mettere in atto

strategie di adattamento, se gli operatori turistici vorranno aderire ad una logica “tradizionale” di espansione e perseguire il tentativo di fare sopravvivere

le attività attuali, con poche variazioni. Tali investimenti, come quelli per l’innevamento artificiale, l’ampliamento dei comprensori sciistici o i collegamenti tra stazioni, insinuano

ulteriori dubbi sulla redditività dell’intero sistema, in diversi casi già sovvenzionato da finanziamenti pubblici, e pongono con forza la domanda se queste

risorse non sarebbero più utilmente impiegate in altri settori. Tuttavia, a questi tentativi si oppongono altri fattori determinanti. 5.1 Effetti ambientali delle stazioni

sciistiche esistenti Si deve convenire che le stazioni sciistiche esistenti hanno prodotto e continuano a produrre numerosi effetti fortemente negativi sull’ambiente, sugli ecosistemi

e sulle specie. Infatti, “l’occupazione” di una determinata zona di montagna da parte di un comprensorio sciistico provoca notevoli disturbi agli habitat, alle specie e al suolo,

ampiamente documentati già da molto tempo: - I cantieri per la costruzione dei comprensori stessi pongono da subito diversi e gravi problemi ambientali,

come gli sbancamenti e le scarificazioni, difficili da rimarginare in ambiente montano, i fenomeni erosivi, l’alterazione del suolo, l’apertura di strade, i trasporti,

i sorvoli con elicotteri, i rumori, le luci, la sottrazione di territorio, la distruzione degli habitat e delle


 

specie, il degrado dei valori paesaggistici, che a sua volta compromette altre fruizioni turistiche. - Durante la fase di gestione di un comprensorio sciistico, la frequentazione

turistica invernale ed estiva, principalmente in conseguenza della presenza e dei rumori, tende a rarefare o eliminare la fauna su un territorio ben più ampio del

comprensorio, mentre le piste, soggette a scarificazioni, compattamento e dilavamento, non ospitano più gli habitat e le specie vegetali e animali originarie, quando non siano

talmente degradate da presentare una biodiversità estremamente impoverita o preoccupanti fenomeni erosivi. Inoltre, anche la produttività dei pascoli può risultare

compromessa o ridotta. - La lavorazione invernale delle piste, diurna e notturna, per mezzo di gatti delle nevi provoca l’ulteriore allontanamento della fauna a causa dei forti rumori

e delle luci. Inoltre, il compattamento della neve, ne provoca uno scioglimento ritardato, con notevoli conseguenze sulla qualità del suolo e sulle specie, che già godono

in montagna di un periodo vegetativo e riproduttivo molto limitato. Il risultato è un impoverimento della biodiversità - La produzione di neve artificiale, introdotta per ragioni climatiche

o di concorrenza con altre stazioni, implica cantieri per la costruzione della rete di distribuzione e dei bacini idrici di raccolta, un’ulteriore superficie sottratta agli habitat e

alle specie, nonché la disponibilità e l’uso di notevoli quantità di energia e d’acqua (dell’ordine di circa 220 l/mq), che vengono prelevate dall’ambiente naturale. Inoltre, essa altera

l’ecosistema e le dinamiche del suolo, ritardando lo scioglimento della neve e introducendo quantità di acqua addizionali nel suolo, accelerando sia i fenomeni di dilavamento, sia quelli

di deposizione di sali provenienti dall’acqua utilizzata, quando non si usino addirittura degli additivi che facilitano la formazione dei cristalli di neve. Infine, un’indagine condotta

in Svizzera mostra che i costi annui per l’innevamento artificiale arrivano fino a coprire il 20% del reddito di esercizio delle società di gestione, con una forte probabilità di crescita futura, a causa

delle previsioni climatiche che presuppongono un incremento delle quantità di neve necessarie.

Questa situazione aumenterà le difficoltà economiche delle stazioni sciistiche di piccole e medie dimensioni, che, non potendo usufruire di economie di scala, dovranno affrontare

costi proporzionalmente più elevati rispetto ai comprensori maggiori. Contemporaneamente, tali costi supplementari si ripercuoteranno sui prezzi dei biglietti

degli impianti di risalita, con dei probabili effetti di contrazione di una domanda già stagnante. - La sola presenza degli impianti di risalita incrementa la mortalità della fauna avicola, in relazione

agli impatti con i cavi in tutte le stagioni dell’anno, anche quando gli impianti non sono attivi. - Impianti di risalita, piste e strade di servizio aumentano la frammentazione del territorio, che è un fattore

riconosciuto di perdita della biodiversità, in particolare per le specie meno mobili. - Il “fine vita” delle stazioni sciistiche risulta particolarmente problematico.

Un’indagine del 2007 aveva già censito sulle Alpi e sugli Appennini quasi 200 impianti abbandonati con


 

relativi ruderi, edifici in disuso e sciovie non smantellate che ancora appesantiscono inutilmente la montagna.

Tra queste strutture bisogna anche annoverare gli impianti in Val di Susa, utilizzati una volta e poi abbandonati dopo lo svolgimento dei Giochi olimpici invernali del 2006.

Una indagine più recente, ha censito oltre 100 stazioni che non sono state aperte all’inizio della stagione invernale 2019-2020 (ante Covid), quando circa altre cento sopravvivono

anche grazie alle costanti immissioni di fondi pubblici. Inoltre, un’altra inchiesta del 2020 ha rilevato più di 300 impianti dismessili. - Infine, lo sviluppo

di una stazione sciistica implica la moltiplicazione degli impatti ambientali di tipo urbanistico, in relazione al consumo di suolo, alla frammentazione del territorio e alla degradazione

degli habitat di specie dovuti allo sviluppo dei centri abitati, specialmente in relazione alla costruzione di seconde case, delle infrastrutture, dei servizi e delle vie di comunicazione.

In questo articolato contesto si colloca la recentissima presa di posizione della Associazione professionale francese dei gestori degli impianti sciistici (Domaines Skiable en France).

Al termine del congresso annuale 2020 è stato reso pubblico il programma “Domaines skiables et changement climatique : les professionnels adoptent des engagements environnementaux pour préserver la montagne”.

Certamente un segnale che non va trascurato ma che va contestualizzato. Se da un lato può essere colto come una presa di coscienza dei problemi

di impatto ambientale che da sempre emergono evidenti attorno alle attività di costruzione, gestione e fruizione degli impianti sciistici, dall’altro una analisi molta

severa potrebbe identificare questa presa di posizione quale una arguta operazione di marketing riconducibile, per contenuti e tempistica, al green washing.

5.2 Ampliamento o innalzamento delle stazioni sciistiche Di fronte alla doppia pressione di un mercato maturo fortemente concorrenziale e dei cambiamenti climatici, gli operatori

di diverse stazioni optano per ampliamenti, collegamenti con altre stazioni o estensioni ad una quota più alta. Questa strategia mostra però diversi limiti.

Anche se stazioni sciistiche di dimensioni maggiori sembrano più concorrenziali e perciò in grado di conservare i posti di lavoro, i redditi della popolazione non sembrano

correlati con questo fattore. Per di più, poiché il numero delle presenze è stabile da almeno un decennio e non vi sono indizi che esso possa crescere sensibilmente in futuro, l’ampliamento

di una stazione avviene per forza a scapito della clientela di altre stazioni sciistiche concorrenti. La maggior parte delle stazioni sciistiche ha avuto origine

negli anni ’60 e ’70, mentre, a partire dagli anni ’80, sono state prese a livello europeo e nazionale vaste misure di tutela del territorio, che hanno condotto ad un notevole

incremento della superficie ambientale protetta, specialmente nelle zone montuose del nostro Paese. Infatti, la Rete Natura 2000 e le altre aree protette nazionali

coprono circa il 22% del territorio nazionale, mentre il recente Green Deal europeo, al fine di arrestare la drammatica perdita di biodiversità, propone di giungere

alla quota del 30% in Europa entro il 2030lvi. In questo contesto, innalzare o ampliare una stazione sciistica comporta sempre il degrado di ambienti montani di pregio e, nella stragrande maggioranza dei casi, il tentativo di


 

compromettere aree protette a livello europeo (Siti Natura 2000) o nazionale (Parchi nazionali o regionali e riserve).

Infatti, un’ampia messe di studi scientifici attesta, con poche possibilità di dubbio, gli effetti negativi dei comprensori sciistici su habitat e specie, dovuti ad un vasto numero di cause:

frequentazione antropica, rumori diurni e notturni, compattamento della neve, collisioni della fauna avicola con i cavi degli impianti, alterazioni delle caratteristiche

del suolo, fenomeni erosivi, prolungamento dei periodi di innevamento sulle piste, sottrazione di acqua per l’innevamento artificiale, movimenti di terra, scarificazioni del suolo, inquinamento

luminoso, ecc. Per questi motivi, la CIPRA, così come tutti i Club Alpini dei paesi interessati, chiede che i comprensori sciistici esistenti non siano ampliati né sui ghiacciai, né in zone ancora

intatte. Infine, i progetti attualmente proposti in Italia per l’ampliamento dei comprensori sciistici comportano costi per decine o centinaia di milioni di euro, spesso con la

partecipazione di fondi pubblici. Ci si deve perciò anche chiedere se gli ingenti investimenti necessari siano effettivamente competitivi in termini di occupazione, stabilità e continuità dei

posti di lavoro e redditi per le popolazioni locali, quando confrontati con altri tipi di attività economiche possibili in loco. Inoltre, si deve osservare che l’ampliamento di un comprensorio sciistico

diminuisce le possibilità di sviluppo turistico nelle stagioni non invernali, in relazione alla degradazione del paesaggio. 6. Strategie alternative In questa situazione di

stagnazione duratura del mercato sciistico, forte concorrenza internazionale, cambiamenti climatici in corso e conflitti con la protezione della biodiversità, è necessario profilare un tipo di sviluppo

delle aree montane che proponga una riflessione profonda sull’economia dello sci da discesa e, nel contempo offra delle valide alternative alle comunità di montagna, ovunque

risiedano e indipendentemente dalla presenza di impianti di risalita. Un’indagine condotta presso la località di Auronzo di Cadore sembra indicare che, almeno in alcuni casi, anche le popolazioni

locali siano consapevoli che un’opportuna diversificazione sia ormai indispensabile. Di non minore valenza prospettica appare il documento “Strategia Aree Interne del Comelico

– la Valle dello star bene”, frutto di un ampio percorso partecipato. In particolare le parole chiave “ Io vivo qui - Un futuro c’è – Orgogliosi di viverci” delineano una reale

possibilità di ricercare nuove visioni di sviluppo economico locale maggiormente simmetriche e sinergiche rispetto agli obbiettivi dell’Agenda 2030lix.

Nel ricercare alternative praticabili, ci si deve chiedere se la dipendenza dal “tutto turismo” lx, sciistico o meno, offra un livello di resilienza sufficiente di fronte

al fatto che questo settore, “voluttuario” e con una domanda elastica, è reso particolarmente vulnerabile a causa di eventi esterni di varia natura (variabilità dei flussi turistici, prezzi dei trasporti, fenomeni naturali, pandemie, ecc.)

e della congiuntura economica generale (crisi periodiche, potere d’acquisto della classe media, ecc.).

Questa vulnerabilità può essere attenuata dalla promozione del turismo a scala locale o regionale, meno influenzato dai diversi fattori di

variabilità e arricchito dall’offerta di attività estive (escursioni, scalata, MTB, attività fluviali, ecc.) ed invernali (sci di fondo, racchette da neve, scialpinismo, slitta, ecc.).

In questo contesto, i Rifugi del Cai possono giocare un ruolo rilevante, partecipando ed integrandosi funzionalmente ad una rete di ospitalità diffusa

su tutto il territorio e non solo all’interno delle località più conosciute, processo che può essere favorito da strumenti come le piattaforme di tipo Air b&b.

Malgrado ciò e al fine di garantire introiti più uniformi, sembra per il momento necessario, continuare sulla strada tradizionale delle multi-attività, basate sul turismo rurale, la


 

piccola impresa e l’agricoltura montana, intesa anche come protezione del paesaggio, trasmissione di cultura e conservazione della biodiversità.

Al contempo, si notano sempre più frequentemente esperienze di coordinamento tra Comuni e “branding” lxi di interi territori o di singole produzioni, anche utilizzando

l’apposita legge sui marchi dei prodotti di montagna. I Siti Natura 2000 e le altre aree protette sono spesso intesi come dei vincoli che tenderebbero a

frenare la crescita economica locale. In realtà, la Rete Natura 2000 permette le attività antropiche, ma richiede un modo di sviluppo differente rispetto a quello degli altri

territori e adattato alla convivenza con la biodiversità e al rispetto delle risorse naturali. In questo senso, i risultati dell’economia legata ai Siti Natura 2000 e ai

Parchi (ma anche a quella di stazioni non sciistiche) sembrano incoraggianti, sia in termini di occupazione, sia di attività come quelle turistiche, in sinergia con la filiera

agroalimentare, il settore forestale, la ristorazione, l’offerta culturale, il commercio e le produzioni tipiche e locali, con una forte propensione all’innovazione e spesso

attraverso la creazione di appositi marchi di qualità. Appare anche indispensabile, attraverso politiche volontaristiche, favorire la diversificazione verso altre attività economiche, al

di là di quelle tradizionali. Una precondizione indispensabile per attirare residenti e attività è l’esistenza degli indispensabili servizi e infrastrutture per la popolazione, efficienti, distribuiti capillarmente

e adattati ai luoghi, come scuole, medicina di base e territoriale articolata (ospedali, ambulatori, centri specialistici, medici generici), farmacie, centri sportivi,

servizi bancari che promuovano le attività del territorio, commerci di prossimità e ambulanti, servizi postali e di distribuzione, servizi commerciali per la

promozione dei prodotti e dell’economia locale, servizi di informazione turistica, viabilità stabile e sicura, mezzi per la mobilità locale frequenti, sostenibili, veloci, disponibili e con

coincidenze ed orari adeguati alle esigenze, sistemi telematici moderni, rapidi, stabili ed efficienti, la segnaletica locale, luoghi di cultura, svago e incontro, corsi di formazione, servizi per la terza età, ecc..

In tale contesto, la pandemia ha mostrato che il telelavoro e i teleservizi sono applicabili a larga scala sul territorio. Attraverso opportuni adattamenti, ciò potrebbe favorire il decentramento

sia delle residenze, sia delle attività in luoghi finora ritenuti “marginali”, come le aree di montagna. Per questo, è opportuno basarsi soprattutto sull’utilizzo ragionato e sostenibile

del patrimonio edilizio locale, senza dare adito a nuovi consumi di territorio, ma restaurando in via prioritaria e isolando termicamente gli edifici esistenti. Infine, il territorio di montagna, per potere

ospitare la popolazione e nuove attività, deve essere messo in sicurezza rispetto alle avversità naturali o causate da interventi antropici inappropriati, allo scopo di salvaguardare la vita

umana e garantire la continuità dei servizi essenziali, quali l’elettricità, i rifornimenti idrici, le vie di comunicazione, la rete telefonica e telematica. 7. Conclusioni Stagnazione duratura del mercato

sciistico, forte concorrenza internazionale, cambiamenti climatici in corso e conflitti con la protezione della biodiversità impongono un ripensamento dell’economia legata allo sci da discesa e alle aree montane

in generale. Per questo il CAI ritiene che:


 

  • non vi siano le condizioni per ulteriori espansioni dei comprensori sciistici verso zone intatte e tantomeno all’interno delle aree protette a livello europeo o nazionale;
  • - sia invece necessario gestire nel modo più razionale e sostenibile le stazioni sciistiche che presentino ancora buone prospettive, al fine di attirare un pubblico che dispone di molte offerte
  • concorrenziali nell’arco alpino europeo, attraverso la necessaria diversificazione e ammodernamento delle attività, ma rigorosamente all’interno dei limiti degli attuali comprensori e urbanizzazioni;
  • - tuttavia, la gestione sostenibile per l’ambiente richieda una revisione della pratica dell’innevamento artificiale per via delle ripercussioni ambientali e per il paesaggio;
  • - si debba preparare la transizione verso modelli differenti di sviluppo, soprattutto nel caso delle stazioni a quote più basse o in situazione più fragile rispetto alla concorrenza;
  • - si debbano mettere in evidenza località montane diverse dalle stazioni sciistiche, attraverso la proposta di forme di turismo differenti rispetto allo sci alpino e forme di ospitalità diffusa su
  • tutto il territorio, all’interno del quale i Rifugi CAI abbiano un ruolo rilevante;
  • - i Siti Natura 2000 e le altre aree protette possano fornire la base per ripensare ad uno sviluppo incentrato sulla convivenza con la biodiversità;
  • - le località di montagna debbano essere dotate di una rete moderna, capillare ed efficiente di servizi per favorire la residenza, migliorare l’offerta turistica diffusa e promuovere nuove attività sostenibili, al di là dello sci o del turismo;
  • - le località delle aree montane possano approfittare delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie;
  • - i ruderi delle stazioni sciistiche abbandonate debbano essere rimossi oppure gli edifici riusati;
  • - in ogni caso, ogni nuova proposta e la gestione delle situazioni in essere non dovranno prescindere dal raggiungimento dei 17 obbiettivi
  • dell’Agenda 2030 in sintonia e contestualizzazione con gli strumenti di pianificazione territoriale ed ambientale che l’Unione Europea ha indentificato nel “New Green Deal”,
  • integrando gli attuali strumenti finanziari con il poderoso programma “EU – Next Generation”

CAI Treviglio


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