Scoprire i volti già noti, ed ancora nascosti di una montagna che ancora molto ha da stupire...

 

Sci alpinismo...

Monte Bianco 2000...nel ricordo di una salita

13-14-15-16 MAGGIO 2000

Chiudo lentamente il portellone del monovolume e rivolgo un ultimo frettoloso sguardo a mia moglie che mi saluta dal balcone, fingendo un’aria serena. In realtà sappiamo entrambi che la salita con gli sci sul Monte Bianco, anche se non necessita di grandi capacità tecniche, presenta comunque pericoli oggettivi: l’attraversamento della zona denominata Jonction, punto di incontro fra due tormentati ghiacciai, la caduta di blocchi ghiacciati dai maestosi seracchi appollaiati sul Dom de Gouter, il repentino cambiamento delle condizioni atmosferiche in relazione alla quota elevata e all’ambiente severo.

Lo sappiamo, ma grazie all’amore che lei nutre per me e che io nutro per la montagna, sono seduto comodamente e partecipo alla conversazione dei miei due compagni di viaggio. I timori e i dubbi latenti che tentano di sopraffarmi e lasciarmi inerme vengono in parte sopiti dalla loro presenza: con loro mi trovo a mio agio e so di poter contare sul loro aiuto. Ho preso tutto? Ho portato con me le cose indispensabili per ridurre al minimo il peso dello zaino e sorrido, pensando all’abbigliamento e all’attrezzatura di cui erano dotati Balmat e Paccard che, con la loro prima salita dell’8 agosto 1786, hanno segnato la nascita dell’alpinismo. Il dottor Paccard perse inoltre a 350 metri dalla vetta il suo berretto e il giorno seguente fu accompagnato a casa da Balmat, temporaneamente cieco per le ustioni. E nel 1904, anno della prima salita con gli sci, chissà se Ugo Mylius era dotato di sci carving ultraleggeri, "attacchini" e scorrevolissime pelli mohair.

Sfoglio l’atlante stradale dove la scala così piccola fa perdere il senso delle distanze. Ho già superato un dislivello di circa 2.000 metri per salire al Pizzo Coca e al Recastello, ma è la prima volta che affronto 1.800 metri ad una quota così elevata. Camminare così a lungo provoca la piacevole sensazione di uscire dal tempo e di entrare in una dimensione diversa.

Il traffico diminuisce lentamente e la frenesia italo-cittadina si affievolisce: attraversiamo il tunnel del Gran San Bernardo, valico storico, raggiungiamo prima Martigny, in Svizzera, e poi la valle di Chamonix, accompagnati da una "strada ferrata" che ogni tanto incrociamo. La forte motivazione e la determinazione mi aiuteranno in modo decisivo a risolvere i sicuri problemi causati dalla quota e dalla fatica. Frequentare la montagna non è un semplice sport o forse è uno degli sport più completi, poiché per ottenere un buon risultato entrano in gioco numerosi fattori: i rischi soggettivi e oggettivi, le capacità tecniche, la resistenza fisica e psicologica alla fatica in condizioni ambientali e climatiche avverse, la conoscenza degli itinerari e la capacità di orientamento.

Fortuitamente, scartato un campeggio senza ristorante, scopriamo un buon "albergo-rifugio, mangiare, dormire, sessantamila", come Luca lo descriverà al telefono con la moglie, accompagnato dalle mie spasmodiche risate. E’ una cascina ristrutturata che può ospitare 50 persone suddivise in camerette e camerate con cinque letti a castello. Uno di questi stanzoni è tutto a nostra disposizione e così cominciamo a sistemare i bagagli costituiti dal saccoapelo, dall’abbigliamento e dall’attrezzatura necessaria per la salita dei giorni seguenti. Il sole riesce a infilzare qualche ultimo raggio fra i cumuli serali e noi ci riposiamo dal viaggio durato quattro ore seduti ai tavoli della nostra "tana". Di certo è molto diversa da quella in cui passò la notte Balmat il 7 giugno del 1786 di ritorno da un tentativo di conquistare la vetta. Frughiamo nelle nostre borse di plastica e ci gustiamo un meritato spuntino, mentre osserviamo la padrona di casa che sistema e bagna, aiutata dalla giovane figlia, i vasi di fiori. Il marito restaura invece una vecchia slitta anch’essa abbellita da fiori. La stagione estiva sta ormai cominciando. Due alpinisti preparano meticolosamente lo zaino per un’imminente scalata: sono equipaggiati con attrezzatura moderna, pregiata e poco usata.

Non so quale shampoo e doccia-schiuma scegliere, prendo a caso e richiudo l’armadietto. Il caso non mi ha aiutato: detesto il tè alla pesca e in Francia esiste un doccia-schiuma con tale essenza!

 

Inizia la nostra cena francese. Non può mancare una fetta di un miscuglio che io definisco soppressata. Il piatto forte è costituito da una abbondante porzione di lasagne che lasciano però uno strano sapore in bocca, dovuto ad una spezia a noi segreta. Ci chiediamo a cosa sia di contorno l’insalata, ma la gustiamo per l’ottimo condimento. I nostri volti tradiscono delusione quando scopriamo che il dessert non è morbido e gustoso gelato, ma una specie di aspro formaggio molliccio. Non riusciamo così a trattenere risate genuine mentre lo sommergiamo di zucchero, convincendoci della sua bontà. Un uovo alla coque, attentamente aperto, pannocchie abbrustolite, insalata e pane: la cena dei nostri tre momentanei padroni. Ma noi siamo diretti sulla cima del Monte Bianco! Intanto fuori piove: un temporale causato dalla temperatura relativamente alta registrata durante la giornata. Le previsioni promettono bel tempo per i prossimi giorni. Speriamo: le condizioni atmosferiche saranno determinanti per il successo della "spedizione". Luca tenta di telefonare a casa, ma io lo provoco e, a causa delle risate, la comunicazione risulta alquanto disturbata e sua moglie pensa che abbia bevuto troppo. La moglie di Roberto, invece, non sa nemmeno che suo marito è in Francia!

Quando l’ho conosciuta, mia moglie amava il mare e stare come una lucertola al sole, anche nelle ore più calde. Adesso pratica lo scialpinismo, l’escursionismo e mi aiuta nell’attività di alpinismo giovanile. Oltre ad aver compreso la mia passione per la montagna adesso piace anche a lei. Le sarò eternamente grato.

Non ho dormito bene: ho sentito caldo a causa del saccoapelo di piumino e della finestra soltanto socchiusa. O, più verosimilmente, i dubbi e le angosce hanno turbato il mio dormiveglia. Colazione self-service con baguette, bagagli già pronti in macchina e partenza per la vicina funivia dell’Aiguille du Midi che compie, con diverse tratte, l’intero giro del Gruppo del Monte Bianco fino a raggiungere Courmayeur. Alpinisti, scialpinisti e sciatori spericolati attendono l’apertura delle casse. A nulla è servita la prenotazione telefonica dei biglietti dall’Italia, poiché non abbiamo trovato le lunghe code estive di turisti. Scendiamo alla prima fermata, Plan de l’Aiguille, e osserviamo attoniti la cabina che prosegue, vincendo il verticale salto roccioso, e raggiunge il "dente cariato" (Foto 1). Calziamo gli sci e attraversiamo gli scomodi pendii di neve dura e valanghiva con cui termina l’Aiguille du Midi. Il pericolo di valanghe e scaricamenti di neve mista a detriti è meno forte adesso che è mattina e il sole non ha ancora alzato la temperatura. Lasciamo scorrere gli sci sulle tracce marcate che ci portano agevolmente, in leggera discesa, alla Jonction e ai primi e piacevoli raggi di sole.

I ghiacciai di Taconnaz e Bossons si scontrano in questo luogo spettacolare e magico. Le impressionanti forme antagoniste creano aguzzi pinnacoli di ghiaccio che siamo felicemente costretti ad ammirare, fiancheggiandoli ripetutamente. Il terreno è reso infido dai numerosi crepacci che dobbiamo continuamente oltrepassare grazie a ponti di neve (Foto 2). Un ampio pendio ci porta al naturale "deposito degli sci". Il rifugio Grands Mulets, appollaiato su di uno sperone di roccia, si raggiunge, infatti, dopo una breve e facile, ma esposta arrampicata.(Foto 3)

Apprendiamo subito una buona notizia: avendo prenotato, possiamo dormire ognuno su di un materasso! Predisponiamo le nostre borracce con i bollini adesivi del colore corrispondente alla bevanda scelta: tè caldo, acqua calda o fredda.

Il panorama è immenso e stupefacente. Dal piccolo balcone dietro al rifugio si ammirano montagne famose: l’Aiguille du Midi (m.3.842), con l’impressionante funivia che scorre su e giù appesa ad un sottile filo, il Mont Maudit (m.4.468), l’Aiguille de Saussure (m.3.839), il Mont Blanc du Tacul (m.4.248).

La cena inizia alle 17.30: come prima portata ci viene servito stranamente il formaggio, che noi sbraniamo subito con il pane. La minestra un po’ brodosa viene sapientemente aggiustata con tocchi di pane. La carne è accompagnata invece da riso lessato e da un intingolo saporito. Un buon letto e una cena soddisfacente rappresentano una doverosa ricompensa e un lecito appagamento fisico e psicologico che contribuiscono alla positiva riuscita della nostra "impresa".

Sono le 20 e il rifugista ci invita calorosamente a cercare un po’ di sonno rigenerante e tranquillizzante. Mi piacerebbe carpire l’attimo esatto in cui dalla veglia si passa al sonno.

Nonostante i lievi disturbi causati dalla quota e i pensieri che vagano rarefatti da un argomento all’altro, riesco a dormire discretamente. E non devo neppure dividere il mio materasso con nessuno!

E’ l’una di notte del 15 maggio. Inizia la giornata decisiva. Mi attardo qualche minuto al gabinetto: un buco in un pavimento di cemento posto sullo strapiombo che ha termine sul ghiacciaio. Riesco a mandare giù soltanto un po’ di tè caldo, calzo l’imbracatura, lo zaino e la lampada frontale, infilo gli scarponi e, con i miei due compagni, raggiungo con molta attenzione gli sci. La luna rischiara la neve e le persone che la solcano. La temperatura è di –1 grado. Come laboriose formiche apparentemente senza meta, ci dirigiamo con fatica verso i Petit Montee al di sotto degli instabili seracchi del Dom de Gouter. La neve è dura e non esiste una traccia netta e precisa. Il caldo sole diurno scioglie, infatti, la neve superficiale che viene ripetutamente rotta dagli sciatori. Si formano così piccole onde che rigelano di notte creando un mare ghiacciato e per di più abbastanza ripido.

L’impegno e la concentrazione per superare il primo pendio mi distolgono dalla realtà e non mi accorgo del tempo che passa e del freddo che aumenta fino a –5 gradi. Intuisco di essere a ridosso della vertiginosa e temuta parete del Dom, ma fortunatamente il bagliore lunare adesso non ci colpisce. La luce della lampada frontale e le lame sotto gli attacchi sono gli unici strumenti indispensabili per procedere efficacemente. I blocchi di ghiaccio e i crepacci sono ormai i nostri inseparabili angeli custodi e sulla mia testa sento soffocante la presenza dei seracchi che mi sovrastano. Ma ancora una volta la concentrazione mi permette di avanzare regolarmente. Sono costretto anche a risalire un piccolo dosso di ghiaccio che apre la strada al quasi pianeggiante Grand Plateau. Superatolo bruscamente, un crampo mi ricorda dove sono e non urlo per pudore e per non allarmare i miei compagni.

Ormai è l’alba alle nostre spalle e mi fermo per fotografarla, anche se prevedo che l’immagine sarà mossa. Vedo lontana la capanna Vallot posta all’inizio della cresta dei Bosses. Il freddo diviene intenso e mi duolgono le dita delle mani e dei piedi, indosso allora il moderno passamontagna acquistato per l’occasione. Mi sforzo di bere un po’ di tè che faticherò a digerire. Riprendo a salire a fatica e gioco a riconoscere i miei due compagni in lontananza.

Il pendio ora è fortunatamente meno ripido, ma la traccia è appena accennata nella neve dura e ghiacciata. Raggiungo finalmente la Vallot, mentre il sole comincia a lambire l’articolata e lunga cresta che ci accingiamo a percorrere. Infilo gli sci nella neve, tolgo il passamontagna, poiché la temperatura è più accettabile grazie al primo sole. Non ne sento la necessità, ma mangio una barretta di muesli e bevo ancora tè (Foto 4).

Calzo i ramponi e impugno la piccozza e, con i miei due compagni, inizio a percorrere i 500 metri di dislivello che ci separano dalla cima. La neve è ottima, i ramponi la mordono perfettamente, ma i continui saliscendi sembrano infiniti. Ogni cinque o sei passi siamo costretti a fermarci non perché ci sentiamo in affanno, ma proprio non riusciamo ad avanzare. Scherzo con Roberto e lo invito, gridando, di provare a staccarmi, se ci riesce. Senza stupirmi lo vedo allontanarsi. Ancora una salita: sarà l’ultima? E avanti così per quasi due ore. (Foto 5).

Finalmente intuisco di aver raggiunto l’ultimo tratto pianeggiante e la gola mi si stringe quasi soffocandomi. Roberto, che ha già raggiunto la vetta, ci viene incontro felice e mi dice che ha pianto. Io affretto il passo e giunto sulla ampia e comoda cima, mi inginocchio e, appoggiate le braccia sulla piccozza piantata nella neve, non riesco e non voglio trattenere un pianto di liberazione e di gioia. Smetto solo per riprendere fiato.

Sono le 9.30 di lunedì 15 maggio e sono sul mio Everest! (Foto 6).

 Mi sento in pace con me stesso, con il mondo, con la natura e con Dio: ancora una volta ho fatto fruttare i miei talenti.

Quando percorro le montagne penso spesso a chi soffre ingiustamente, a chi non potrà mai permettersi il lusso di provare queste stupende emozioni. Io che sono fortunato e che posso faticare, mi sento in dovere di soffrire e di salire un po’ anche per loro.

Roberto è ora in contatto con casa sua tramite il cellulare e io, in preda all’euforia, lo incarico di far avvisare anche mia moglie e gli comunico il numero di telefono di casa mia. Ma subito mi ricordo che Roberta è già al lavoro e quindi rettifico il numero.

Ci stringiamo le mani e scattiamo le fotografie di rito. La temperatura non è estremamente bassa: i meno 3,5 gradi si sopportano facilmente con il sole caldo e un debole vento. Lo sguardo spazia a 360° gradi e le cime intorno a noi sembrano quasi insignificanti. Riusciamo persino a scorgere Chamonix.

Mi piacerebbe fermarmi più a lungo, ma la discesa è lunga e cominciamo a sentire la stanchezza. Ripercorriamo la cresta che ci riporta alla Vallot e ogni tanto incontriamo altre persone che stanno salendo con gli sci e gli snowboard sulle spalle e che scieranno dalla vetta lungo la parete nord. E, infatti, mentre scendiamo, scorgiamo alcuni sciatori che sono alle prese con il ripido pendio che termina con enormi blocchi di ghiaccio apparentemente insuperabili. (Foto 7)

Raggiunta la Vallot, togliamo i ramponi e, agganciati gli sci, scendiamo velocemente grazie alla neve buona verso il Grands Mulets. Durante la discesa, la stanchezza non mi impedisce di notare nella neve un orologio di metallo. Arriviamo alla zona crepacciata sotto i seracchi del Dom e ci rendiamo realmente conto dell’infido terreno che abbiamo attraversato questa notte. Arrivo, preceduto dai miei compagni, al "deposto degli sci" e finalmente raggiungo il balcone anteriore del rifugio. Con estrema lentezza, svuotato delle mie forze, riordino lo zaino e stendo come meglio riesco gli indumenti alla ringhiera. Questa operazione mi costa grande impegno e dura un’ora! Raggiungo poi con immenso piacere gli altri già stesi sulle brande.

Aspettando la cena discorriamo a ruota libera delle nostre opinioni ed esperienze di montagna. E’ di nuovo ora di mangiare, ma ci aspetta un’amara sorpresa: come secondo, a noi soltanto, viene servita una cattiva salsiccia, ingiustificata dal fatto che siamo già stati sulla cima. Bella ricompensa!

Ci svegliamo all’alba e dopo la colazione nel rifugio deserto, ci apprestiamo alla discesa. La neve è dura, ma segnata, perciò sciare è faticoso e non piacevole. Giunti alla Jonction preferiamo togliere gli sci e attraversare i crepacci prudentemente legati. Risaliamo, dapprima a piedi e poi con gli sci senza pelli, il pendio sottostante l’Aiguille du Midi. I raggi di sole non ci colpiscono ancora e così evitiamo scaricamenti di neve molle e pesante. Io rimango un poco indietro e con fatica affronto l’ultimo fastidioso pendio solcato da accumuli di valanga, che richiedono la freschezza muscolare che io ormai ho dimenticato. Il sentiero finale ci porta alla stazione della funivia che prendiamo solo noi e il conducente. Dalla parte opposta scendono, invece, diretti al giro completo, le prime avvisaglie dell’assalto estivo dei turisti. All’arrivo un cane si attarda sotto la cabina e per un’illusione ottica sembra venga schiacciato contro il suolo.

Il monovolume ci attende imperterrito e noi lo riempiamo con tutta l’attrezzatura, mentre ci gustiamo qualche boccone di pane nero con il rischio di rimanere strangolati. Troviamo al bar di fronte alla funivia solamente una birra "du Mont Blanc" e allora, Roberto ed io, brindiamo con una semplice birra alla spina.

A Martigny non ci dirigiamo verso il Gran San Bernardo: preferiamo imboccare l’autostrada e ritornare in Italia transitando per il Passo del Sempione dove festeggiamo con una veneziana Maggi. Qui troviamo tre scialpinisti da cui apprendiamo che sono stati sul Breithorn.

E voi, dove siete stati?

Noi veniamo da lontano: dal Monte Bianco.

DARIO FERRANDI – LUCA GIULIANI – ROBERTO MAGGI

TESTO: Dario Ferrandi    -    FOTOGRAFIE: Dario Ferrandi e Luca Giuliani.